L’Orizzonte Tascabile: Quando il Mezzo Diventa Territorio

L’Occhio di Claude Nel tardo XVIII secolo, un curioso rituale iniziò a diffondersi tra i viaggiatori del Grand Tour che scendevano verso l’Italia alla ricerca del “pittoresco”. Arrivati al cospetto di una vista sublime — le cascate di Tivoli o le vette delle Alpi — questi turisti eruditi non guardavano direttamente il paesaggio. Al contrario,…

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L’Occhio di Claude

Nel tardo XVIII secolo, un curioso rituale iniziò a diffondersi tra i viaggiatori del Grand Tour che scendevano verso l’Italia alla ricerca del “pittoresco”. Arrivati al cospetto di una vista sublime — le cascate di Tivoli o le vette delle Alpi — questi turisti eruditi non guardavano direttamente il paesaggio. Al contrario, gli voltavano le spalle.

Estraevano dalla tasca un piccolo oggetto, simile a un portacipria: il “Claude Glass”. Era uno specchio convesso, tinto di scuro, che rifletteva la scena alle loro spalle riducendone la scala, abbassando la tonalità dei colori e unificando la luce in una morbidezza dorata, simile ai dipinti di Claude Lorrain. Per apprezzare la natura, dovevano negarla, voltarsi e osservarla mediata da una superficie nera e lucida. La realtà, troppo vasta, caotica e indifferente, diventava digeribile solo quando incorniciata, domata e resa oggetto.

Questo aneddoto non è polvere d’archivio; è la diagnosi precoce della nostra condizione attuale. Se analizziamo questo comportamento come un sintomo, vediamo l’emergere di una condizione che oggi ha raggiunto la sua fase finale. Quei viaggiatori non cercavano la realtà, cercavano l’immagine della realtà. Il mezzo (lo specchio nero) non era un semplice strumento di visione; stava già iniziando a sostituire il territorio.

Claude mirror

Oggi, tutti noi camminiamo con un Claude Glass in tasca. Lo schermo dello smartphone, nero e lucido quando dorme, è l’erede diretto di quello specchio settecentesco. Ma c’è una differenza fondamentale, uno scarto ontologico che Marshall McLuhan aveva previsto ma che forse nemmeno lui poteva immaginare nella sua interezza. Non ci limitiamo più a voltare le spalle alla natura per guardarla nello specchio; siamo entrati nello specchio. Il vetro si è rotto, o meglio, si è liquefatto, e noi ci siamo immersi.

La Topografia dell’Algoritmo

Non consumiamo media; li abitiamo. Il digitale ha smesso di essere uno strumento per diventare un ambiente, un ecosistema atmosferico. Come l’aria che respiriamo o la gravità che ci ancora a terra, la rete è diventata una condizione ambientale. Quando scorriamo il feed di Instagram o navighiamo su Reddit, non stiamo leggendo un testo; stiamo facendo una passeggiata psicogeografica. Stiamo attraversando un territorio che ha le sue leggi fisiche, le sue valli di indignazione e i suoi picchi emotivi.

Questo spostamento ha conseguenze sismiche sulla struttura dell’esperienza umana. Se il mezzo è un paesaggio, allora l’inconscio non è più una cantina privata e buia, ma è esternalizzato. È spalmato su server farm in Finlandia e California. Lacan parlava dello stadio dello specchio come momento fondante della formazione dell’Io; oggi viviamo in uno “stadio del paesaggio” perenne.

Pensiamo ai videogiochi open world come Red Dead Redemption 2 o Elden Ring. In questi mondi, la narrazione è secondaria rispetto all’esplorazione. Il piacere non deriva dal “vincere”, ma dall’essere . La nostra vita digitale segue la stessa logica. Non cerchiamo informazioni (il messaggio), cerchiamo una sensazione di presenza (il paesaggio). Vogliamo sentire il vento digitale sulla faccia.

Tuttavia, questo paesaggio ha una caratteristica inquietante: è un paesaggio che ci guarda. A differenza di una foresta o di un deserto, che sono sublimemente indifferenti alla nostra presenza, il paesaggio digitale è reattivo. È un ambiente narcisistico. i modella in tempo reale sui nostri desideri. Se mi soffermo tre secondi in più su un’immagine di gattini, il paesaggio si riconfigura per mostrarmi più felini.

Non c’è più attrito. Il mezzo-paesaggio è una placenta algoritmica progettata per nutrirci di ciò che già siamo, eliminando l’alterità. Come nel film The Truman Show, arriviamo a toccare il cielo dipinto sulla parete dello studio, ma invece di cercare l’uscita, chiediamo un altro episodio.

C’è un parallelo affascinante, e forse più inquietante, con il Grande Cretto di Alberto Burri a Gibellina. Lì, l’artista ha compiuto un atto di pietrificazione suprema: ha steso un sudario di cemento bianco sulle macerie della città distrutta, trasformando il trauma in un labirinto di fessure che ricalcano le vecchie strade. Burri ha creato un paesaggio che è pura memoria solida, dove lo spazio è definito da ciò che è andato perduto. Oggi, l’algoritmo compie un’operazione inversa e speculare: costruisce un “Cretto” digitale attorno a noi in tempo reale.

Invece di cemento, usa i nostri dati comportamentali. Solidifica le nostre scelte passate, i nostri clic e le nostre ossessioni in pareti invisibili che guidano il nostro cammino. Il mezzo-paesaggio diventa così una solidificazione della nostra psiche pregressa. Ma mentre l’opera di Burri è un monumento al lutto che impone silenzio e rispetto, il nostro paesaggio algoritmico è una trappola che simula la vita. Ci costringe a percorrere infinite volte le stesse strade del nostro desiderio confermato, impedendoci di vedere l’orizzonte oltre le mura che noi stessi, inconsapevolmente, abbiamo eretto. La distanza, quella che il filosofo Byung-Chul Han definisce essenziale per il rispetto (dal latino respicere, guardare indietro), è stata abolita: siamo murati vivi nel nostro stesso gusto.

La Liturgia del Vetro

Mi trovavo all’ippodromo di Milano per il concerto di Kendrick Lamar. L’atmosfera era elettrica, carica di quella tensione quasi religiosa che solo le icone sanno evocare. Lamar è più un predicatore laico che un rapper, i suoi testi sono ferite aperte sulla contemporaneità.

Quando le luci si sono abbassate e le prime note han fatto tremare il corpo di ventimila persone, è accaduto qualcosa che, lì per lì, ho faticato a processare. Invece di un boato di corpi che si scontrano, di mani che si alzano nude verso il palco, ho assistito all’accensione mutamente orchestrata di migliaia di schermi.

In un istante, il buio della platea è stato sostituito da una costellazione di rettangoli luminosi. Un mare di Claude Glass digitali si era alzato tra noi e l’artista.

Mi sono guardato intorno. La ragazza alla mia sinistra non guardava Lamar, che si muoveva con furia sciamanica a cinquanta metri da noi. Guardava lo schermo del suo iPhone, che guardava Lamar. Il ragazzo davanti a me faceva lo stesso. E, con orrore, mi sono reso conto che anche il mio sguardo era attratto magneticamente dallo schermo del ragazzo davanti, più nitido e luminoso della piccola figura reale sul palco.

L’evento “reale” — il sudore, la voce, l’imperfezione dell’istante — stava accadendo , davanti a noi. Eppure, c’era chi come me lo rifiutava. O meglio, lo accettava solo a patto di filtrarlo immediatamente attraverso il mezzo. Non stavamo vivendo il concerto; lo stavamo trasmettendo, registrando, archiviando.

In quel momento ho capito che il mezzo non è solo il paesaggio; è diventato profilassi. C’era qualcosa di profondamente angosciante nell’idea di esporsi nudi all’intensità dell’arte o della presenza umana diretta. La realtà, nella sua brutalità non mediata, è diventato insostenibile per la nostra psiche digitale. Abbiamo bisogno dello schermo come di uno scudo, una barriera che raffredda l’esperienza e la rende digeribile, trasformando un evento vissuto in un contenuto consumabile.

Non era disinteresse; era terrore dell’immediatezza. Eravamo tutti lì fisicamente, ma psicologicamente avevamo già abbandonato il territorio fisico dello stadio per rifugiarci nel paesaggio rassicurante e controllabile del feed. Lamar cantava per noi, noi eravamo altrove, persi dentro i nostri specchi neri, preferendo la copia all’originale, il fantasma al corpo, la rappresentazione alla vita.

Se il mezzo è il paesaggio, allora siamo diventati una specie di anfibi evolutivi, goffi quando costretti a camminare sulla terra ferma del reale, agili e veloci solo quando nuotiamo nel flusso dei dati. La tragedia — o forse semplicemente il destino ironico — della nostra epoca non è che la tecnologia ci abbia allontanato dalla natura. È che ha ridefinito la “natura” stessa come un sottoprodotto dell’elaborazione delle informazioni.

Il paesaggio fisico è diventato il contenuto “legacy”, il vecchio hardware su cui gira il software della nostra vita sociale.

Torniamo ai viaggiatori con il Claude Glass. Li immaginiamo ridicoli, curvi sui loro specchietti mentre le Alpi tuonano alle loro spalle. Ma forse erano dei pionieri. Avevano intuito che l’essere umano non è fatto per la vastità incontaminata. Avevano capito che per abitare il mondo, dobbiamo prima trasformarlo in un interno, in una stanza, in uno schermo.

Il mezzo è il paesaggio perché è l’unico luogo dove ci sentiamo veramente a casa, protetti dall’insostenibile leggerezza dell’essere solo corpi in uno spazio vuoto. E mentre guardiamo i nostri telefoni, non stiamo ignorando il mondo; stiamo disperatamente cercando di abitarne l’unica versione che ci ha promesso di non lasciarci mai soli.

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