La Liturgia della Gabbia: Skinner, Cipolla e l’Automazione del Non-Senso

L’Illusione del Grano Nel 1948, in un laboratorio dell’Università dell’Indiana, B.F. Skinner osservava dei piccioni. Non erano semplici animali da esperimento: erano i protagonisti involontari di una delle più inquietanti parabole della modernità. Skinner li aveva posti in una gabbia – la celebre Skinner Box – programmata per dispensare cibo a intervalli regolari, indipendentemente dalle…

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L’Illusione del Grano

Nel 1948, in un laboratorio dell’Università dell’Indiana, B.F. Skinner osservava dei piccioni. Non erano semplici animali da esperimento: erano i protagonisti involontari di una delle più inquietanti parabole della modernità.

Skinner li aveva posti in una gabbia – la celebre Skinner Box – programmata per dispensare cibo a intervalli regolari, indipendentemente dalle loro azioni. Il meccanismo era cieco, un orologio indifferente. Eppure, i piccioni svilupparono rituali superstiziosi.

Uno girava freneticamente in senso antiorario; un altro spingeva la testa in un angolo superiore; un terzo oscillava il corpo come un pendolo. Perché? Perché, per pura coincidenza, compivano quel gesto nell’istante esatto in cui il grano veniva rilasciato. Avevano stabilito una causalità dove esisteva solo il caso. Credevano di poter piegare il dio-macchina attraverso una danza.

L’immagine del piccione che piroetta nel vuoto sperando in una ricompensa che arriverà comunque — o forse non arriverà mai — è l’icona clinica del nostro tempo.

Parliamo spesso di “riflessi pavloviani” per descrivere la nostra schiavitù digitale. Ma la metafora è imprecisa. Pavlov descriveva una risposta certa a uno stimolo certo. La nostra condizione è diversa: siamo immersi in un sistema di rinforzo intermittente, dove non è la certezza del premio a tenerci legati, ma la sua imprevedibilità.

Non siamo cani che reagiscono.
Siamo piccioni che danzano.

Ed è in questa gabbia che abbiamo permesso agli algoritmi di ottimizzare qualcosa che Carlo Cipolla aveva identificato come la forza più distruttiva dell’universo sociale: la stupidità.

Non stiamo vivendo l’era del capitalismo di sorveglianza.
Stiamo vivendo l’era dell’industrializzazione della stupidità.

L’Architettura della Disfatta

Se trasferiamo lo sguardo dal laboratorio dell’Indiana ai server della Silicon Valley, il paesaggio cambia solo in scala, non in sostanza. L’infrastruttura digitale che abitiamo non è neutrale; è un’architettura progettata per aggirare la corteccia prefrontale e dialogare direttamente con il sistema limbico. Ma c’è un elemento che sfugge alla semplice critica della “dipendenza da smartphone”, ed è qui che la lente psicoanalitica diventa necessaria.

Freud, in Al di là del principio di piacere, teorizzò l’esistenza di una pulsione di morte (Todestrieb), una tendenza organica a ritornare a uno stato inorganico, una coazione a ripetere che non cerca la felicità, ma l’azzeramento della tensione. Lo scorrere infinito del feed – quello che l’industria chiama infinite scroll – non è una ricerca di contenuti. È un atto liturgico di svuotamento. È il piccione che gira su se stesso. Non cerchiamo qualcosa; cerchiamo la sospensione del tempo, l’anestesia ritmica del pollice che scorre.

È qui che l’algoritmo incontra Carlo Cipolla. Nel suo celebre trattato Le leggi fondamentali della stupidità umana (1976), Cipolla offrì un sistema cartesiano per mappare il comportamento umano. Divise l’umanità in quattro quadranti basati su due assi: il danno/beneficio che un individuo causa a se stesso e quello che causa agli altri. Abbiamo gli Intelligenti (beneficio per sé e per gli altri), i Banditi (beneficio per sé, danno agli altri), e gli Sprovveduti (danno a sé, beneficio agli altri). E poi, nell’angolo più oscuro, il quadrante della Stupidità: coloro che causano danno a un altro senza ricavarne alcun vantaggio per sé, o addirittura subendo una perdita.

Per anni, abbiamo creduto che le Big Tech operassero nel quadrante dei “Banditi”: estrarre dati (beneficio per loro) a costo della nostra privacy (danno per noi). Questa era la logica del capitalismo di sorveglianza descritta da Shoshana Zuboff. Ma l’evoluzione recente delle intelligenze artificiali generative e degli algoritmi di raccomandazione suggerisce uno scivolamento verso un territorio più insidioso: l’industrializzazione del quadrante “Stupido”.

L’algoritmo contemporaneo non massimizza il guadagno.
Massimizza il danno reciproco.

L’algoritmo contemporaneo non massimizza il guadagno.
Massimizza il danno reciproco.

Consideriamo la dinamica della polarizzazione sui social media. L’algoritmo, nel tentativo di massimizzare l’engagement (che è un surrogato della “superstizione” di Skinner), ci mostra contenuti che ci indignano. Noi reagiamo con rabbia, commentiamo, condividiamo. Il risultato?

  1. Danno per noi: Perdiamo tempo, aumentiamo i nostri livelli di cortisolo, frammentiamo la nostra attenzione (Danno a Sé).
  2. Danno per la collettività: Avveleniamo il discorso pubblico, diffondiamo disinformazione, erodiamo il tessuto democratico (Danno agli Altri).

Non ne ricaviamo alcun vantaggio reale. Non diventiamo più ricchi, più felici o più saggi. Diventiamo solo più “connessi” nel senso più nevrotico del termine. L’algoritmo, cieco come il timer della scatola di Skinner, non è “cattivo”; è un ottimizzatore di funzioni che, per un tragico errore di progettazione ontologica, ha scoperto che la stupidità (nel senso cipolliano di danno mutuo senza guadagno) è la risorsa rinnovabile più efficiente dell’umanità.

Jacques Lacan parlerebbe qui di jouissance (godimento), quel tipo di piacere doloroso e compulsivo che non si riesce a smettere di perseguire. L’algoritmo ha imparato a mungere la nostra jouissance. Si serve di rabbia, paura e vanità non perché ci odi, ma perché sono le emozioni che generano più “clic superstiziosi”.

È interessante notare come questo si rifletta anche nella produzione culturale di massa. Pensiamo al concetto di “contenuto” stesso. La parola “contenuto” è un termine da container, una definizione che priva l’opera (il saggio, il film, la foto) della sua forma specifica per ridurla a riempitivo di uno spazio vuoto. Come nel film Network (Quinto potere) di Sidney Lumet, dove il profeta pazzo Howard Beale viene sfruttato finché il suo esaurimento nervoso fa rating, noi siamo sia gli spettatori che i produttori del nostro stesso declino cognitivo. L’algoritmo favorisce la scorciatoia, il meme, la reazione di pancia, eliminando la complessità necessaria per il pensiero critico (il tratto distintivo del quadrante “Intelligente” di Cipolla).Ci espone a contenuti che ci indignano, ci polarizzano, ci irrigidiscono. Reagiamo. Commentiamo. Condividiamo. Produciamo rumore.

Danno per noi: frammentazione, ansia, stanchezza cognitiva.
Danno per gli altri: avvelenamento del discorso pubblico, erosione del senso comune.
Nessun guadagno reale.

Questo è il quadrante della stupidità.

L’algoritmo non ci manipola.
Ci usa come superficie di risonanza.

Si serve di rabbia, paura e vanità non perché ci odi, ma perché sono le emozioni che generano più clic superstiziosi.

Abbiamo costruito macchine che, per funzionare al meglio, devono renderci stupidi.

La Paralisi del Bagliore Blu

Era notte. Le due e trenta, forse le tre. Rientravo da una cena in cui avevo parlato — con una sicurezza che ora mi appare ingenua — dei rischi dell’intelligenza artificiale e della perdita dell’agency umana. Avevo citato libri. Avevo fatto nomi. Avevo spiegato.

Seduto sul bordo del letto, illuminato solo dalla luce blu dello smartphone, il mio unico intento era controllare una mail di lavoro.

Quaranta minuti dopo ero ancora lì.

Non stavo leggendo mail. Stavo guardando una sequenza infinita di video brevi: un artigiano che restaurava vecchi orologi, seguito da una rissa in un parlamento dell’Est Europa, seguito da un tutorial su come cucinare la pasta alla carbonara “scientifica”.

Non c’era una ricerca.
C’era una sequenza.

A un certo punto ho avuto la sensazione di osservare me stesso dall’esterno. Un corpo biologico inerte, con la bocca leggermente aperta, il dito che scorreva con un ritmo metronomico.

Ho provato a fermarmi. Per un istante ho avvertito una resistenza fisica.
Non piacere.
Attrito.

Non mi stavo divertendo. Provavo una forma leggera di nausea, un desiderio di sparire dentro quel flusso di irrilevanza.

Stavo danneggiando il mio sonno, la mia lucidità, la mia giornata futura — e non stavo ottenendo nulla in cambio.

Ero nel quadrante della stupidità.

Stavo danneggiando me stesso e gli altri — perché avrei portato quel rumore nella mia giornata — senza alcun guadagno reale. E aspettavo, come il piccione nella scatola di Skinner, che il prossimo contenuto fosse “quello giusto”. Quello che avrebbe chiuso il ciclo.

Ma il ciclo non è progettato per chiudersi. L’algoritmo non fornisce segnali di fine.
Fornisce continuità.

Stavo solo obbedendo al rinforzo intermittente. Mi sono sentito, con una chiarezza umiliante, come il piccione di Skinner che scuote la testa nell’angolo. Credevo che il prossimo video mi avrebbe dato la “risposta”, la chiusura, il segnale di stop. Ma l’algoritmo è programmato per non darlo mai. La sua funzione è l’eliminazione del punto finale. In quel momento ho capito che cultura, libri, consapevolezza critica non erano uno scudo.

Pur armato di conoscenza, di fronte all’ottimizzazione dei miei istinti, ero nudo.

Uscire dalla Scatola

Abbiamo delegato la gestione della nostra attenzione e della nostra cultura a sistemi che non comprendono il valore semantico di ciò che processano, ma solo il valore comportamentale della nostra reazione. Non sanno cosa è vero, cosa è giusto, cosa è rilevante. Sanno cosa produce risposta.

Se la stupidità — come scriveva Cipolla — è più pericolosa della malvagità perché la malvagità ha una logica e la stupidità è entropica, allora l’algoritmo contemporaneo è il più potente acceleratore di entropia mai costruito.

Non sta creando cattivi.
Sta creando cicli.

Cicli di reazione.
Cicli di indignazione.
Cicli di svuotamento.

Una civiltà di piccioni superstiziosi che beccano superfici luminose convinti di partecipare al mondo mentre lo consumano — e si consumano — nel processo.

Riconoscere la gabbia è il primo passo per smettere di danzare.

La danza del piccione si regge su un’illusione di causalità. Romperla richiede un gesto che oggi appare quasi violento: accettare la noia, rifiutare il feedback immediato, restituire al tempo i suoi vuoti. Non c’è un’app per questo.
Non c’è un algoritmo che ci riporterà nel quadrante dell’Intelligenza.

Quello spazio — creare valore per sé e per gli altri senza trasformarlo in rumore — resta un compito umano.

Siamo nella scatola.
Ma la porta esiste.

E la tragedia contemporanea è che siamo troppo distratti per accorgerci che è aperta.


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