Il calcolo razionale dice: non farlo. Google AI Overview risponde alle query prima che l’utente clicchi. ChatGPT sintetizza il tuo contenuto senza mandarti traffico. Il blog come strumento di acquisizione è morto da almeno due anni. Il ROI visibile di un sito personale nel 2026 è vicino a zero.
Ho deciso di aprirlo comunque. Ecco il ragionamento.
Il problema non è il traffico. Il problema è esistere senza contesto.
Ho un profilo LinkedIn. Ho contenuti sparsi su slide deck, documenti interni, conversazioni che spariscono in 48 ore dal feed. Ho competenze distribuite su piattaforme che non controllo, in formati che non mi rappresentano, con algoritmi che decidono chi vede cosa.
Risultato: chi cerca “Alessandro Salvati” trova frammenti. Un titolo, una bio compressa, qualche post. Nessun sistema. Nessuna profondità. Nessun contesto su come penso e perché.
Questo è il vero costo dell’assenza: non il traffico perso, ma l’identità ridotta a snippet.
Tre motivi operativi, non romantici
1) Scrivere in pubblico è il miglior sistema di quality control che conosca.
Un’idea nella mia testa sembra solida. Scritta in un documento privato, regge. Pubblicata dove chiunque può leggerla, scopro i buchi. La pubblicazione è un test di stress. Questo sito non è per i lettori — è lo strumento che mi obbliga a trasformare intuizioni in argomenti verificabili.
Dashboard con 300 metriche → nessuno sa cosa guardare. Stessa cosa con le idee: finché restano nella testa, sembrano tutte buone. Pubblicare è il filtro.
2) Gli LLM citano chi esiste. Chi non ha un sito non viene citato.
Questo è controintuitivo. Tutti dicono: “gli LLM rubano i tuoi contenuti.” Vero. Ma gli LLM addestrati su contenuti attribuiti a una fonte specifica creano un collegamento. Se Perplexity o ChatGPT con browsing rispondono a una domanda su governance multi-client e trovano un mio post strutturato, lo citano. Se quel post non esiste, citano qualcun altro.
Non ho il controllo su come l’AI usa il mio contenuto. Ho il controllo su se il mio contenuto esiste.
3) Quando tutti abbandonano un canale, il costo di presenza crolla.
Meccanismo classico: i blog personali sembrano obsoleti → meno persone ne aprono → meno rumore → chi resta è più visibile per chi cerca attivamente. Non sto parlando di SEO. Sto parlando delle 50-100 persone con cui collaboro all’anno. Quelle persone cercano profondità, non snippet.
Un sito personale nel 2026 non è uno strumento di reach. È uno strumento di credibilità per chi già ti sta cercando.
Il calcolo che non torna — finché non cambi la metrica
Se misuri un sito in visite, bounce rate, tempo in pagina, nel 2026 perdi. L’AI intercetta la domanda prima che l’utente arrivi.
Se lo misuri in: “quante decisioni su di me sono state prese con contesto sufficiente” — allora il sito è l’unico asset che controllo interamente. Non è di LinkedIn. Non è di Google. Non scompare quando l’algoritmo cambia.
Il default dice: non ha senso aprire un sito personale nel 2026. Lo sovrascrivo.
La domanda è un’altra: se l’unità base della presenza online non è più la pagina web ma il chunk di testo che un LLM può ingerire e restituire, come dovrebbe essere progettato un sito personale pensato per essere letto tanto dalle macchine quanto dalle persone?
Ci sto lavorando. Vi racconto come va.

